Gruppo Archeologico Milanese


da Fragmenta numeroOTTO novembreduemilaquattro
ARCHEOLOGO DA CAMPO E IMPRENDITORE
Intervista a Jonathan Mills

a cura di Fabio Malaspina


Mestiere d’archeologo. Per questa volta proviamo a vedere l’archeologia, e più in particolare l’attività sul campo vera e propria, fuori dalle soprintendenze, dalle università o dai musei.
Da poco più di una ventina d’anni in Italia sono presenti decine di società e cooperative sconosciute ai più, che si occupano delle operazioni di scavo. Tra appalti pubblici, finanziamenti di Fondazioni, o lavori finanziati da privati, hanno trasformato la figura dell’archeologo in una professione a se stante, non ancora riconosciuta, ma reale.
In queste ditte trovano lavoro, saltuario o continuativo, e affermazione molti laureati in materie classiche, storiche e anche geologiche.
Incontriamo quindi Jonathan Mills, londinese, direttore tecnico e socio della Cooperativa Archeologica Lombarda (Cal) di Brescia, in Italia ormai da oltre dodici anni.

Come ti sei avvicinato all'archeologia?
Sono laureato in Storia, ma mi era sempre piaciuta l’idea di diventare archeologo. Dopo alcuni tentativi senza fortuna è arrivata una bufera di neve. Sono stato l’unico ad arrivare a un colloquio di lavoro per cinque posti, e la settimana dopo ero in cantiere a lavorare.

Quali sono state le tue esperienze in Gran Bretagna?
Ho passato il mio primo anno da archeologo a pulire a cazzuola una serie di strati su uno scavo di emergenza nelle Midlands. Il sito era un villaggio medievale, abbandonato perché diventato troppo paludoso per gli abitanti; ed era rimasta una palude. Esperienza preziosa, ora non mi lamento se sullo scavo la falda acquifera è alta.
In seguito ho lavorato per quattro bellissimi anni nella City di Londra, lavorando per il Museum of London. Tanti scavi importanti, e soprattutto la compagnia di tanti mostri dell’archeologia da campo; lì si impara.

Perché sei venuto in Italia dopo un'esperienza così positiva?
La mia fidanzata dell’epoca mi aveva lasciato, ma soprattutto c’erano tanti progetti in funzione dei mondiali di calcio del 1990, dove erano coinvolti numerosi archeologi inglesi; non sono venuto qua con loro, ma tramite un vecchio amico, Jim Manning Press, Agostino Favaro, della SAP di Mantova, mi propose un lavoro a Vicenza, e ho colto l’occasione al volo. Non sapevo una parola di italiano.

Esistono differenze tra la tecnica inglese e quella italiana?
La tecnica di scavo in Inghilterra è forse più omogenea fra i vari gruppi di lavoro; il sistema è quello, più o meno, per tutti. La mia esperienza in Italia mi indica che non c’è lo stesso rigore applicato da regione a regione, e soprattutto allo scavo di periodi storici diversi. Questo mi sembra un po’ strano.
Inoltre, durante lo scavo si pensa allo scavo, alla sequenza stratigrafica; solo in seguito si dedica tempo ai reperti e agli altri aspetti, senza averli proprio trascurati prima, per arrivare all’insieme. La sequenza stratigrafica in Inghilterra è regina.

Quali persone consideri i tuoi "maestri" nell'archeologia da campo?
Quelli che mi hanno insegnato, o che sono stati i miei modelli, ovviamente agli inizi erano al Museum of London, dove ogni persona era un esempio non solo nelle attività quotidiane, ma spesso anche all’avanguardia a livello di specializzazione; per esempio, conoscevo dei ragazzi che passavano il weekend inventando metodi efficaci per documentare elementi lignei, o un altro che stava diventando matto per trovare un modo semplice ma logico per fare un diagramma per la sequenza costruttiva in edifici antichi ancora in piedi. Quest’ultimo, Andrew Westman, era anche passato per l’Italia negli anni ottanta, e ha lasciato ricordi a persone che io conosco da molto meno tempo.
Per la mia esperienza in Italia ritengo fondamentali soprattutto due persone; Agostino Favaro, che oltre a insegnarmi le basi della lingua mi ha introdotto alla realtà dell’archeologia italiana, che per me era un passo non indifferente, e poi James Bishop, mio socio nella Cal, che non smette mai di stupirmi per la semplicità di approccio che mantiene davanti ai problemi stratigrafici, l’enorme lucidità e accuratezza che dedica al lavoro, e anche il livello di concentrazione e applicazione del quale lui è capace. E per questo lui mi dovrebbe offrire una birra.

Come e perché sei diventato socio di una ditta di scavo?
Sono diventato socio di una cooperativa perché in quel momento era necessario. Non era la mia intenzione originale, è semplicemente successo che come me altri dipendenti e collaboratori abbiano pensato, diventando soci, di dare maggiore sicurezza a essi stessi, alla ditta e al lavoro in generale.

Conviene? Lo consiglieresti?
Essere socio di una ditta è sicuramente una responsabilità importante. Uno degli aspetti più marcati è che oggi lavoro di più guadagnando lo stesso di prima… Ci sono ovviamente anche i vantaggi: una discreta libertà decisionale e personale, e la possibilità di lavorare secondo le proprie capacità, riuscendo in alcune situazioni a risultare determinante. Spero in modo positivo.
E’ un tipo di imprenditoria che mi sento di consigliare a tutti, con l’avvertenza che non è facile e non ci sono scorciatoie: bisogna essere esperti di tutti gli aspetti tecnici e gestionali dello scavo imparando duramente sul campo. Essere insomma capaci e desiderosi di crescere come professionista e come persona. Un impegno enorme, ma spesso gratificante.

L'archeologia italiana agli occhi di uno straniero: pregi e difetti
Ritengo che il mestiere di archeologo in Italia sia il top, sia come lavoro sia come modo di vivere. Il patrimonio archeologico e culturale italiano è ineguagliabile, come la possibilità di muoversi in un territorio ancora molto bello e particolarmente diversificato da regione a regione.
Se vogliamo parlare di difetti, non si può dire che sia un mestiere remunerativo in termini economici, e che affrontare la burocrazia italiana richiede una massiccia dose di pazienza, specie per uno straniero.

La field archaeology (archeologia da campo) sta cambiando?
É un processo iniziato già da alcuni anni, si lavora sempre di più nell’emergenza legata all’edilizia e alle grandi infrastrutture pubbliche (ferrovie, autostrade) e sempre meno per la ricerca pura. A volte penso scherzosamente a un futuro non lontano, quando saremo sulle pagine gialle come gli idraulici, e ci chiameranno solo quando c’è un inconveniente da togliere di mezzo.

Secondo te dove sta andando l'archeologia da campo in Italia?
Per assurdo, siamo probabilmente al punto in cui lo scavo archeologico è necessario solo perché esistono severe leggi di tutela che proteggono il patrimonio storico e archeologico italiano. E meno male, aggiungo. Ma se si riuscisse ad applicare una sorta di wave theory all’investimento e soprattutto alla crescita del livello culturale del paese, forse un giorno le istituzioni, e anche i privati, torneranno a finanziare anche gli scavi di ricerca e non solo necessari per costruire una strada. O almeno spero.

Risposta secca: un motivo per fare l'archeologo da campo in Italia e uno per non farlo
Un motivo per farlo, la possibilità di muoversi in una nazione bellissima, scoprendo sempre cose molto diverse; non solo a livello strettamente lavorativo, ma anche luoghi, abitudini e persone bellissime.
Per non farlo, invece, la difficoltà non solo economica ma anche logistica di avere una vita familiare “normale”; a volte lo scavo è lontano, e si riesce a stare a casa propria solo nei weekend. A volte nemmeno tutti.