Gruppo Archeologico Milanese


da Fragmenta numeroOTTO novembreduemilaquattro
CELTI, PORCI E DINTORNI
di Dario Savoia


Il rilievo murato in un arco del Palazzo della Ragione, raffigurante un setoloso e zannuto suino, appartiene certamente all’epoca medievale per caratteri stilistici; tuttavia in passato è stato spesso ritenuto di età preromana, in quanto il motivo simbolico della “scrofa semi-lanuta” è legato al mito della fondazione della città da parte di Belloveso, in modo non dissimile da quello della “candida troja” che nell’Eneide segnala il luogo dove verrà fondata Alba Longa.
Autori tardi (Isidoro, Claudiano, Sidonio Apollinare) lo citano come emblema di Milano, ricavandone una (fantasiosa) etimologia del nome della città: Mediolanum da medio-lanae, essendo la scrofa “lanuta in mezzo”.
Il cinghiale o il maiale domestico (dal punto di vista mitologico la cosa è indifferente) costituisce un motivo simbolico largamente diffuso nel mondo celtico e oltre, come vedremo. è solo uno degli elementi del bestiario mitico celtico, assieme a cervi, corvi, aquile e falchi, etc., ed è possibile cercare di rintracciarne il significato sfruttando sia le fonti archeologiche che quelle letterarie.
Effigi di cinghiali o maiali, probabilmente con funzione apotropaica, sono diffuse in tutto il mondo celtico soprattutto sugli elementi di armamento: insegne, padiglioni di trombe da guerra (carnyx), scudi ed elmi. Con l’eccezione delle figurette suine punzonate sulla lama delle spade, le conosciamo più dall’iconografia che dal ritrovamento degli oggetti reali, come è il caso dei due guerrieri che portano un elmo con figura di cinghiale sull’apice raffigurati sul celebre calderone di Gundestrup. Sono inoltre frequenti le statuette votive di cinghiali o maiali, in bronzo; un tratto costante della raffigurazione è l’enfasi posta sul particolare della cresta eretta di setole sul dorso dell’animale.
Possediamo, invece, una sola effige divina associata al motivo del cinghiale: una scultura in pietra da Euffigneix, in Francia, una figura maschile con folta chioma e torquis al collo; sul fianco sinistro è rappresentato in rilevo un grande occhio, mentre sul petto campeggia un cinghiale con la criniera eretta, orientato verticalmente.
Contrariamente a quanto avviene per il dio-cervo, Cernunnos, a questo dio-porco non è associato alcun nome; tra i dati dell’epigrafia gallo-romana vi è forse avvicinabile la forma latinizzata Moccus (moch, nella lingua celtica del Galles, indica specificamente il porco domestico). Si tratta con evidenza di un epiteto, ma anche Cernunnos (“il cornuto”) lo è e, forse, entrambi sono relativi a diverse accezioni o diverse “epifanie” della stessa figura divina; del resto una coppa d’argento di età augustea da Lione reca due figure umane accompagnate l’una da un cinghiale, l’altra da un cervo.
Di tale figura divina possiamo cercare di rintracciare i caratteri rivolgendoci alla letteratura medievale in lingua celtica. Si tratta di saghe e racconti irlandesi e gallesi che, pur attraverso secoli di trasmissione orale e, poi, di tradizione manoscritta passata al vaglio cristiano, fino ai codici (in genere dell’XI o XII secolo) sopravvissuti ai giorni nostri, hanno mantenuto motivi della locale tradizione mitica celtica, spesso con notevole freschezza. Vi si incontrano dei e dee evemerizzati, diventati re, regine, eroi e cavalieri.
Così, vi compaiono almeno tre personaggi che, per opera di magia, subiscono metamorfosi successive tra le quali sono costanti quelle in cervo e in cinghiale.
Vi compare Diarmaid O’Duibne, giovane, bellissimo e fortissimo guerriero, il quale “soffia” la promessa sposa Grainne (la “terribile”!) a Finn, il capo delle fianna d’Irlanda, e viene poi ucciso dalle “setole velenose” di un cinghiale portentoso. Lo stesso Finn è protagonista della caccia al cinghiale di Formael al Sid (tumulo sepolcrale) della Bella Donna.
Più volte associato al simbolo del cinghiale è anche il gallese Pryderi, figlio di Pwyll e di Riannon, la quale possiede  uccelli incantatori e un cavallo che risulta irraggiungibile anche se va al passo (è connessa con la dea gallica dei cavalli, Epona?). Tra l’altro Pryderi è colui che introduce i maiali domestici (moch) in Galles. Li riceve da Arawn, re di Annwn (“abisso”: altro non è che l’Oltretomba).
Ancora gallese è Culhwch, figlio di uno zio di Artù. Sua madre lo partorisce in un porcile (e viene inventata una contorta giustificazione per un fatto così assurdo) e viene allevato dal  porcaio. Cresciuto, rifiuta di sposare la figlia della seconda moglie di suo padre, e la matrigna gli affibbia una maledizione per la quale potrà sposare solo Olwen, figlia del terribile gigante Yspadadden; quest’ultimo, il quale sa che verrà ucciso da suo genero, impone prove ritenute insuperabili a Culhwch, al cugino Artù (al quale Culhwch si è rivolto per aiuto) e ai cavalieri del seguito.
La più importante consiste nello strappare tre oggetti d’oro (un pettine, una cesoia e un rasoio) dalla criniera della portentosa e immortale cinghialessa Trwyth, seguita dai suoi sette cuccioli dei quali uno è dotato della parola. La cosa può essere fatta solo sott’acqua, e utilizzando particolari cavalli e particolari cani dotati di particolari collari, il cui ottenimento comporta però ulteriori peripezie.
Il simbolo del cinghiale non è certo esclusivo dei Celti; lo troviamo, anzi, ampiamente diffuso in ambiti indoeuropei e anche non indoeuropei. Nella mitologia greca si possono citare la caccia al cinghiale dell’Erimanto e quella alla scrofa del Crommione, protagonisti rispettivamente Eracle e Teseo; della caccia al terribile cinghiale Calidonio è protagonista Meleagro (“nero e selvaggio”: è lui stesso un cinghiale) il cui fratello, Tideo, uno dei Sette contro Tebe, porta un cinghiale come insegna sullo scudo e indossa una pelle di cinghiale.
Il terzo Avatara di Vishnu, Vahara, appunto un cinghiale, procura l’emersione e il consolidamento della Terra dall’oceano primordiale. Adone e il siriano Tammuz sono entrambi bellissimi giovani che vengono uccisi (ma poi risorgono) da divinità gelose sotto forma di cinghiale, a causa dei loro rapporti con una dea. Altrettanto accade a Osiride, ucciso da Seth sotto forma di cinghiale e resuscitato da Iside con la quale concepisce Horus, per poi diventare re dell’Oltretomba.
Il simbolo del cinghiale appare dunque associato a personaggi giovani e belli, spesso valenti guerrieri, che frequentemente muoiono precocemente e poi risorgono o rinascono. La loro nascita o le loro unioni sono sempre legate a figure femminili in qualche modo irregolari: a parte eventi curiosi che avvengono alla nascita, compaiono rapporti illegittimi, vergini, matrigne, rapimenti, e così via.
Possiamo quindi identificare anche il dio-cinghiale celtico come un giovane dio della vegetazione connesso al ciclo stagionale e il suo attributo, il cinghiale, un simbolo con forti valenze ctonie, legato alla dea madre e al concetto di fecondità e di rinnovamento e, dunque, per la mentalità antica anche all’Oltretomba.
Nella sua redazione celtica la simbologia del cinghiale pare inscindibile dalla rappresentazione del dorso setoloso dell’animale. Si spiega così anche la caratteristica distintiva della nostra scrofa medio-lanuta…